Un bel bar ai Caraibi

Vorrei discutere un articolo apparso su un sito internet dello psichiatra e psicoterapeuta Giovanni M. Ruggiero, dal titolo “il bar ai Caraibi e la psicologia della seconda vita[1].

Vorrei discutere questo articolo dal punto di vista logico ed epistemologico, meno dal punto di vista politologico su cui so di avere un vantaggio scientifico evidente, per niente dal punto di vista filosofico per il quale l’articolo stesso contiene dei clamorosi vuoti.

Dal punto di vista logico ed epistemologico, però, vorrei discutere il testo perché è emblematico rispetto al deficit profondo della psicologia sia per la oggettivazione scientifica delle sue asserzioni (ingiustamente, ma non ingiustificatamente, già sferzata da Karl R. Popper) sia per la congettura della terapia e della sua capacità di cura.

Secondo Giovanni M. Ruggiero, che non conosco ma che immagino evidentemente fervente cattolico (per essere dichiaratamente a favore del platonico Agostiniano contro di me che preferisco decisamente la tomistica aristotelica di Tommaso d’Aquino), noi i moderni saremmo, “rispetto agli antichi, molto più consapevoli della libertà che godiamo nella nostra interiorità mentale[2] perché “mentre gli antichi pensavano che ogni stato mentale provenisse dall’esterno, da ispirazioni magiche, noi siamo consapevoli dell’indipendenza assoluta della nostra vita mentale cosciente.[3]

Temo che questo sia vero, ma che, purtroppo per Giovanni M. Ruggiero e per tutti quanti noi, gli antichi avessero ragione e noi torto e che questo torto sia il drammatico lascito del fondamentalismo monoteista religioso che ha bloccato per circa mille anni il pensiero scientifico e molto ancora lo blocca, come ben ci ha spiegato Lucio Russo nel suo disvelante testo[4]. Mi dispiace proprio per Ruggiero e per i tanti miei amici che si occupano di psichiatria e psicologia perché questo torto costituisce il deficit più grande, in termini epistemologici e dunque terapeutici, proprio della loro disciplina, se esistono ancora le discipline.

Evito una lunga e dettagliata trattazione, che pure mi ripropongo di affrontare e vado subito alla questione centrale: l’idea che la mente sia in grado di “auto-modificarsi e auto-manipolarsi[5]; di “sottrarsi alla schiavitù dell’istinto[6] perché “l’attività mentale cosciente è intrisa di sconfinata libertà, connessa con le infinite potenzialità immaginazione[7]; che “la rappresentazione di qualunque oggetto, creando immagini mentali, producendo un discorso interno, o anche immaginando suoni, rumori, odori e qualunque percezione esterna o interna al corpo[8] sia la decisione evocativa di un libero “atto di coscienza[9] dove “l’Io esperisce l’unica quinta che non lo limita[10]; che, infine, “nel chiuso della mente il controllo volontario è assoluto, non inceppato né dalla pesantezza della carne, né dai limiti dello spazio, e nemmeno dai cancelli del tempo[11]; è, diciamo la verità, totalmente falso e distruttivo di ogni ruolo, funzione e prestazione della psicologia e della psichiatria. Se, infatti, l’Io è libero dal tempo e dallo spazio, se è in grado di auto-organizzarsi oltre ogni limite, in un iperuranio mentale il cui controllo è addirittura assoluto, il medico a che serve più? Basta un confidente, un amico o, possibilmente, un prete e ciascuno è in grado di auto–modificarsi e auto–manipolarsi per vivere nella sconfinata libertà dell’attività mentale cosciente.

Purtroppo però la malattia mentale esiste, in un intervallo che va dal disagio alla patologia, ed è una vera malattia che andrebbe curata da una medicina psicologia e psichiatrica che non riesce molto a farlo proprio perché parte da questi presupposti.

Quale presupposto?

Si legge sui dizionari di filosofia: il fenomeno è “l’apparenza sensibile, che si contrappone alla realtà, della quale per altro può essere assunto come la manifestazione o al fatto col quale per altro può essere considerato identico[12]. Cioè il fenomeno è la verità e non la realtà, che possono essere identiche oppure no, assimilabili oppure no, in relazione proprio alla interiorità mentale di cui godiamo che ci fa stabilire, di volta in volta, il grado di libertà della nostra consapevolezza. In altri termini, per seguire il più antico dissidio filosofico, il fenomeno è il nostro essente e non il nostro esistente. Insomma una clamorosa stupidaggine.

Invece il fenomeno è l’esistente, la realtà anche oltre la nostra verità.

Il fenomeno della nostra esistenza, così come descritto dalla scienza moderna, è proprio come lo pensavano gli antichi, uno “stato mentale”proveniente dall’esterno.

Edward Wilson[13], che solo per questo meriterebbe il premio Nobel, ci ha insegnato con estrema chiarezza, che noi siamo sopravvissuti grazie alla conquista sociale della terra e che il nostro cervello sviluppato, la nostra mente, è il prodotto della condizione di eu-socialutà. La nostra intelligenza che, come voleva Piaget[14], organizza il mondo organizzando se stessa, non ci è stata infusa da una divinità onnicomprensiva e non vive in un limbo incontaminato e autoreferenziale. “L’eusocialità, cioè la condizione in cui vi sono generazioni multiple organizzate in gruppi grazie a una divisione altruistica del lavoro, è stata una delle maggiori innovazioni della storia della vita e ha creato i superorganismi, il livello successivo di complessità biologica al di sopra degli organismi. Il suo impatto è paragonabile alla conquista della terraferma da parte degli animali acquatici con un apparato respiratorio e la sua importanza è pari all’invenzione del volo potenziato da parte degli insetti e dei vertebrati[15].

La nostra mente nasce dalle infinite contaminazioni (oggi diciamo connessioni) con il fenomeno della vita e si alimenta, cresce, evolve, grazie alla particolare eu-socialità degli umani. “Così differenti parti del cervello si sono evolute tramite la selezione di gruppo per creare lo spirito di appartenenza. Esse mediano la tendenza congenita a declassare i membri di un altro gruppo, oppure, all’opposto, ad attenuare i suoi effetti automatici, immediati.[16].

La nostra fitness genetica, dunque, è il prodotto di un costante processo di adattamento ad un fenomeno, quello dell’esistente, che ci trascende e che ci trasmette soltanto alcune dimensioni di esso, quelle dimensioni che siamo disponibili ad assorbire in funzione della nostra condizione eu-sociale. Diremo, poi[17], che la nostra condizione eu-sociale ha vissuto solo 4 grandi mutazioni e che, per questo, gli umani hanno acquisito solo 4 dimensioni logiche[18] in grado decodificare l’universo.

Le 4 dimensioni logiche proposte da Elvio Ceci sono:

  • la logica endofasica, monovalente, in cui cioè “una parola o un concetto possono stare per tutto in maniera indistinta[19], priva di connettivi, distintiva, costruita essenzialmente sulla immaginazione, sulla induzione e, più di tutto, sulla analogia; 
  • la logica formale, che nasce nella coscienza (e nella conoscenza dell’umano “con la formalizzazione del principio di non contraddizione, con l’accettazione della bivalenza e con la formalizzazione della relazione di identità[20], che “possiede una nozione di verità assoluta, la quale dà il significato alle costanti logiche attraverso le tavole di verità[21]
  • la logica computazionale, costruita su “un linguaggio formale, chiamato Lambda calcolo, che rera molto utile per i paradossi[22], in cui “la nozione di verità non è più assoluta ma relativizzata a quella di dimostrazione, intesa come ragionamento o argomentazione (per alcuni anche di prova o di evidenza probatoria)[23]
  • la logica quantistica, che accetta la contraddizione secondo cui “si conosce la verità di un enunciato e contemporaneamente non lo conosco[24], che “rifiuta la nozione di distributività e accetta una nozione di verità probabilistica[25], che – dal mio punto di vista – si giustifica e si comprende soltanto con il concetto di “intervallo di sostenibilità” e una migliore esplicitazione della interpretazione probabilistica della entropia.
Corrispondentemente propongo 4 dimensioni epistemologiche:
  • epistemologia analogica, con cui, secondo Melandri[26], ci rendiamo conto della esistenza dei fenomeni, o meglio, concettualizziamo la fenomenologia, grazie alla intuizione eidetica continuativa degli eventi, le frequenze, le ricorrenze percepibili anche, se non essenzialmente, comparando elementi di contrarietà ed, in questo modo, acquisendo, la concezione di opposizione, la costatazione della presenza di opposti, un habitat freddo e piovoso contro un habitat caldo e solare[27];
  • epistemologia paradigmatica, basata sul principio di non contraddizione nella interpretazione teorica degli eventi fenomenologici, che consiste nella definizione di un modello interpretativo fondamentale della realtà, valido soltanto se è valida la sua coerenza logica, invertibile soltanto con la scoperta dell’anomalia, con cui Thomas Kuhn indica le “conquiste scientifiche universalmente riconosciute, le quali, per un certo periodo, forniscono un modello di problemi e soluzioni accettabili a coloro che praticano un certo campo di ricerca[28]
  • epistemologia falsificazionista, interamente costruita sul criterio di falsificabilità con cui Karl R. Popper ci invita a controllare le congetture e a stabilire se un problema scientifico è tale, o se non lo è, se appartiene all’ambito dell’ermeneutica, della letteratura, della poesia o dell’arte, che pone e, per molti versi impone, il principio di demarcazione (tra ciò che è e non è scientifico) e il principio di oggettivazione (tra ciò che è e non è verisimile), poiché “L’inconfutabilità di una Teoria non è (come sopesso si crede) un pregio, bensì un difetto. Ogni controllo genuino di una teoria è un tentativo di falsificarla, o di confutarla. La confutabilità coincide con la falsificabilità; alcune teorie sono controllabili, o esposte alla confutazione, più di altre, esse per così dire, corrono rischi maggiori[29]
  • epistemologia simbiotica, che, secondo Edgar Morin[30], unisce appunto in maniera simbiotica diverse logiche interpretative, che piuttosto che alternative sono opposte ma complementari, che l’una nell’altra trova il suo valore e il suo significato, tutte assieme utili, indispensabili a decodificare il fenomeno esterno che ci accoglie e ci raccoglie, una polilogica, o meglio, una logica multidimensionale la cui epistemologia è data proprio dalle reciproche connessioni, dalla connettiva ed integrante simbiosi. 
Tutto questo accade perché noi siamo la risultante di un processo evolutivo, denominato appunto fitness genetica, che ci impone un costante adattamento al fenomeno esistenziale che ci trascende, di una produzione di verità che tende ad adattarsi alla realtà. In termini pratici, quando nasce ogni nuovo essere della nostra specie e di ogni specie eu-sociale, si connette con la rete immateriale delle conoscenze, con il network cognitivo collettivo, da cui apprende le conoscenze indispensabili per il processo di accrescimento del proprio cervello e per la dimensione della propria mente. Tutta intera l’epigenetica è la dimostrazione del fatto che la morfologia cerebrale, cioè la forma della nostra mente, è il prodotto diretto della connessione con un fenomeno esterno, sociale, eu-sociale, a cui, per sopravvivere ci adattiamo assorbendone parzialmente i connotati indispensabili, utili e necessari.

Ultimamente Carlo Sini ci ha ricordato l’aneddoto di Husserl che, sul suo letto di morte, “si rammaricò di lasciare incompiuta la sua ultima opera, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale[31] perché in essa vedeva «un piccolo inizio». Che Husserl alla fine della sua vita, dopo aver sempre e seriamente studiato la fenomenologia di Brentano, vedesse «un piccolo inizio» la dice lunga sulla infinta curiosità dello scienziato. Ma quel «piccolo inizio» in realtà significava che, da quel momento in poi si poteva cominciare a definire una epistemologia nuova, sulla base di un fenomeno esistenziale che ci trascende. Fenomeno esistenziale significa Lebenswelt, il fenomeno del mondo della vita, un fenomeno esterno alla nostra mente e che ha indispensabile bisogno “di una vera e propria scienza universale e globale, abbracciante ogni altra forma di scientificità e addirittura tutti i problemi nel senso di una rilevazione inedita, mai prima intuita[32]. Una epistemologia Lebenswelt, del mondo della vita, che oggi, a differenza dell’epoca di Husserl, intuiamo, elaboriamo, razionalizziamo, falsifichiamo e proponiamo con enormi riscontri rispetto alla fenomenologia della complessità. Una epistemologia che, nella quarta dimensione della logica quantistica e dell’epipower, è l’intelligenza auto-poietica della nostra sopravvivenza, cioè appunto quella intelligenza che organizza il mondo organizzando se stessa.

La nostra mente vive perché convive: non, dunque, in quanto entità avulsa e isolata in un limbo primigenio assoluto, ma in quanto risultante ultima della infinita compromissione, della corruzione connettiva con il fenomeno eu-sociale della esistenza del mondo. “Ciò assume – scrive Husserl – la forma di una prassi di genere nuovo, di una critica universale di qualsiasi vita e di qualsiasi fine vita, di tutte le formazioni culturali e di tutti i sistemi culturali che già sono sorti nel corso della vita dell’umanità e dei valori che li reggono espressamente o implicitamente; inoltre, una prassi che mira a innalzare, attraverso la ragione scientifica universale, l’umanità, mediante multiformi norme di verità, a trasformarla in una umanità radicalmente diversa, capace di una responsabilità di se stessa assoluta e fondata su intuizioni teoriche assolute[33].

Una prassi, cioè, un metodo e una logica, una metodologia per diagnosi e terapie, che dovrebbe caratterizzare questa scienza del mondo della vita in grado di svolgere una falsificazione critica ad ogni fenomeno esistente. Dunque anche della mente.

Credo che la psicologia e la psichiatria abbiano una fondamentale, indispensabile esigenza di rifondare lo statuto epistemologico della loro conoscenza scientifica secondo la prassi della nuova scienza del mondo della vita, che non chiuda la mente in una prigione paradisiaca in cui ci si illuda di essere liberi dal tempo e dallo spazio; ma che, viceversa, considerino principalmente le connessioni reticolari e relazionali che danno quotidianamente forma ai nostri incubi, nell’ambito di un insuperabile processo di adattamento fenomenologico, in una bellissima corruzione epigenetica che faccia della mente la spugna in grado di assorbire la complessità che può della eu-socialità liquida che la circonda.

Forse, allora, un bel bar ai Caraibi è una giusta soluzione.

[1] Ruggiero M. Giovanni, IL BAR DEI CARAIBI E LA PSICOLOGIA DELLA VITA, http://www.linkiesta.it/it/article/2015/03/22/il-bar-ai-caraibi-e-la-psicologia-della-seconda-vita/25159/

[2] Ruggiero M. Giovanni, IL BAR DEI CARAIBI E LA PSICOLOGIA DELLA VITA, http://www.linkiesta.it/it/article/2015/03/22/il-bar-ai-caraibi-e-la-psicologia-della-seconda-vita/25159/

[3] Ruggiero M. Giovanni, IL BAR DEI CARAIBI E LA PSICOLOGIA DELLA VITA, http://www.linkiesta.it/it/article/2015/03/22/il-bar-ai-caraibi-e-la-psicologia-della-seconda-vita/25159/

[4] Russo Lucio, LA RIVOLUZIONE DIMENTICATA, Feltrinellli, Milano 2006

[5] Ruggiero M. Giovanni, IL BAR DEI CARAIBI E LA PSICOLOGIA DELLA VITA, http://www.linkiesta.it/it/article/2015/03/22/il-bar-ai-caraibi-e-la-psicologia-della-seconda-vita/25159/

[6] Ruggiero M. Giovanni, IL BAR DEI CARAIBI E LA PSICOLOGIA DELLA VITA, http://www.linkiesta.it/it/article/2015/03/22/il-bar-ai-caraibi-e-la-psicologia-della-seconda-vita/25159/

[7] Ruggiero M. Giovanni, IL BAR DEI CARAIBI E LA PSICOLOGIA DELLA VITA, http://www.linkiesta.it/it/article/2015/03/22/il-bar-ai-caraibi-e-la-psicologia-della-seconda-vita/25159/

[8] Ruggiero M. Giovanni, IL BAR DEI CARAIBI E LA PSICOLOGIA DELLA VITA, http://www.linkiesta.it/it/article/2015/03/22/il-bar-ai-caraibi-e-la-psicologia-della-seconda-vita/25159/

[9] Ruggiero M. Giovanni, IL BAR DEI CARAIBI E LA PSICOLOGIA DELLA VITA, http://www.linkiesta.it/it/article/2015/03/22/il-bar-ai-caraibi-e-la-psicologia-della-seconda-vita/25159/

[10] Ruggiero M. Giovanni, IL BAR DEI CARAIBI E LA PSICOLOGIA DELLA VITA, http://www.linkiesta.it/it/article/2015/03/22/il-bar-ai-caraibi-e-la-psicologia-della-seconda-vita/25159/

[11] Ruggiero M. Giovanni, IL BAR DEI CARAIBI E LA PSICOLOGIA DELLA VITA, http://www.linkiesta.it/it/article/2015/03/22/il-bar-ai-caraibi-e-la-psicologia-della-seconda-vita/25159/

[12] Abbagnano Nicola, DIZIONARIO DI FILOSOFIA, voce FENOMENO, Utet, Torino 1980

[13] Wilson O. Eduard, LA CONQUISTA SOCIALE DELLA TERRA, Raffaello Cortina Editore, Milano 2013

[14] Piaget Jean, L’EPISTEMOLOGIA GENETICA, Laterza, Bari 1971

[15] Wilson O. E., cit. 2013

[16] Wilson O. E., cit 2013

[17] Anzi l’ho già detto prima Ceci Alessandro, COSMOGONIE DEL POTERE, Ibiskos, Empoli 2011

[18] Ceci Elvio, LE QUATTRO DIMENSIONI DI LOGICA, in Schegge di Filosofia Moderna XIV, deComporre Edizioni, Gaeta 2014 

[19] Ceci E., cit. 2014

[20] Ceci E., cit. 2014

[21] Ceci E., cit. 2014

[22] Ceci E., cit. 2014

[23] Ceci E., cit. 2014

[24] Ceci E., cit. 2014

[25] Ceci E., cit. 2014

[26] Melandri Enzo, LA LINEA E IL CIRCOLO – STUDIO LOGICO – FILOSOFICO SULL’ANALOGIA,  Quodlibet, Macerata 2004

[27] Cosa che la dice lunga sulla evoluzione del cervello degli umani grazie alla capacità di gestione dei mutamenti e delle mutazioni, espressa nella mia teoria delle mutazioni politiche che considera appunto mutamenti e mutazioni di habitat come il vantaggio evolutivo dell’umano e la connotazione fondamentale della sua fitness genetica. Una teoria che non so se riuscirò a scrivere.

[28] Kuhn Thomas, LA STRUTTURA DELLE RIVOLUZIONI SCIENTIFICHE, Einaudi, Torino 2009

[29] Popper R. Karl, in AA. VV., FILOSOFIA E PEDAGOGIA DALLE ORIGINI AD OGGI, vol. 3, La Scuola, Brescia 1986, vedi pure: Popper R. Karl, LOGICA DELLA SCOPERTA SCIENTIFICA, Einaudi, Torino 2010

[30] Morin Edgar, IL PRADIGMA PERDUTO, Feltrinelli, Milano 1994

[31] Sini Carlo, INIZIO, Jaca book, Milano 2015

[32] Sini C., cit. 2015

[33] Hesserl Edmund, LA CRISI DELLE SCIENZE EUROPEE E LA FENOMENOLOGIA TRASCENDENTALE, Il Saggiatore, Milano 1961

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