PER UNA POESIA LIBERA DA OGNI ANTOLOGIA Ad Armando
La vita sembra semplice. Sembra. Alla fine che cosa bisogna fare? Seguire il flusso, vivere nel ritmo del tempo, con scelte automatiche, indirizzate dall’interesse, condizionate dal vantaggio, rassicurate dalla tradizione. Che altro ancora? Stare in un luogo, occupare uno spazio, posizionarsi, calpestare l’asfalto che calpesta la terra, occupare il cemento che occupa la campagna; stare li, esserci per essere, dentro le nostre case, attraversare le stanze composte in un appartamento, in un appuntamento con il sé, un appuntamento di sé, in questi blocchi di solitudine e intimità che accolgono i corpi, i pensieri, le ambizioni e l’imperituro desiderio di uscire, di andare via, di fuggire, quando invece si resta ad aspettare i nipoti. La casa raccoglie l’amore, non lo manda randagio nel mondo. Forse sarà per questo che gli uomini danno significato alle cose. Il loro viaggio verso l’ignoto non va soltanto in lontananza. Molto più spesso va in profondità: un viaggio infinito a cercare un senso alla vita, caricando di sentimenti, sensazioni, pensieri gli angoli in cui si rifugiano, le suppellettili con cui si identificano, gli specchi in cui si riflettono. Gli uomini sono cosi, riempiono il semplice fluire della vita con la profondità dei molteplici significati. Tra i due, Ulisse e Penelope, a chi affidiamo la nostra preferenza? Quale è la nostra identificazione? L’eroe che affronta i pericoli dell’ignoto per amore della conoscenza, attratto dalla calamita dell’eterno ritorno, in una città che comunque è sempre la tua isola, perché ti isola e ti protegge, perché te la porti dentro ovunque tu vada, in qualsivoglia stazione stazioni? O lei, che concede il dono d’amore più grande, gli anni in attesa, senza sorpresa, senza pretesa, in una colleganza mitica con il fluire irreversibile del tempo, che annulla il banale potere di togliere ogni vita, che annichilisce, che avvilisce, di fronte alla potenza miracolosa del dare una vita? A chi concedersi: alla curiosità di conoscere il mondo oltre la tua città, o al piacere di conoscere la tua città oltre ogni mondo? L’eroe che domina ogni spazio o il tempo che, alla fine, domina ogni eroe? Nel mito greco l’uomo che aveva il potere assoluto di governare lo spazio era Agamennone. La potenza sul tempo era rappresentata dall’invincibile Achille. Sono morti entrambi, come tutti, nella stessa infinita battaglia. Loro due assieme, invece, Ulisse e Penelope, si sono salvati, perché stavano assieme, perché erano condotti dallo spirito della conoscenza e dall’amore, i due connotati degli anni eroici di ogni umanità. Non c’è mai stato l’uomo da solo. L’eroismo è restare assieme, assieme sfidare gli anni, ancora e ancora, accompagnarsi in ogni giorno che concedi al tempo e per ogni giorno che il tempo ti concede. Insieme, nell’eroismo della imperfezione, la insuperabile forza di tendersi una mano. Gli uomini sono così, sospesi tra il potere della conoscenza e la potenza della vita. La loro forza è tutta intera nella coscienza della propria debolezza: e hanno bisogno delle parole per preservare l’indissolubile legame tra la essenza e l’esistenza. A loro non basta che la corrente li trasporti chissà dove. Vogliono andare sotto, andare dentro, capire e sentire il vuoto della profondità. È questa la droga più forte, irrinunciabile ed assoluta: annegare nelle viscere delle emozioni, delle sensazioni e dei pensieri; scendere in apnea nelle infinite profondità dei concetti percepiti. Forme che si deformano, spezzoni che non si collegano, ricordi che si rincorrono, che rivivono, che sopravvivono in un tempo che non ha tempo, sospeso nell’accavallarsi degli “anni che ti camminano a fianco e dentro”, distratti, che “non ti ascoltano”, nel mare azzurro-vuoto dove galleggiano immagini, oppure “scherzi di illusioni”, visioni oniriche su cui, come sugli scogli, ciascuno infrange la sua onda di vita. Eterei, imprendibili, illusi, uomini ed anni, “sudati ubriachi avventurieri”, eppure “complici e nemici”, forse “non fanno una vita”, ma si accolgo in un presente storico: “sono nato a metà del novecento”. Il nostro eroismo, l’essenza della nostra esistenza è sempre stato, negli anni, il tentativo disperato che ciascuno di noi ha fatto e fa, ogni giorno, per cercare di essere se stesso. Per questo negli anni gli uomini sono eroi: perché navigare nella vita, ulissiaci, significa anche tornare “in una città con poche case sul mare”, che ha gli stessi elementi del corpo, “argilla sabbia aria ed acqua qualche speranza”, città e cittadino, impastati da “lampi e stagioni” nelle loro emozioni trasmesse da “dischi nelle sale delle case”, quando “si ballava la domenica”, e si correva “per non essere preso” in “vigneti di moscato”, nascosto nel proprio rossore, la competenza artistica del silenzio da opporre alla intraprendenza delle ragazze, unica vera preghiera della vita alla vita. Leggo un verso, poi un altro, e una intera poesia infine. Mi riconosco? Mi ci ritrovo? Non so. Io non ho vissuto così, non sono andato ad adunanze e a feste. E ho scelto subito, d’istinto, il freddo silenzio di un libro o il rigido rigore della scienza. Non sono stato un eroe, negli anni di mia disponibilità. Non ho affrontato il nulla che noi siamo con la forza della serenità. Ho coltivato l’infantile presunzione della scoperta scientifica. Ho tracciato le orme labili nella stupida illusione di andare oltre la morte. Capisco Armando. Capisco solo oggi davvero l’eroismo degli uomini, quello che qui ci viene rappresentato come atto e testimonianza. L’eroismo degli uomini non è mai rivolto, né al presente, né al passato. L’eroismo si esercita sempre per gli anni futuri, quelli che verranno, nella normalità del vissuto quotidiano che apre le porte ad un mondo nuovo. Si esercita quando dobbiamo spostarci per lasciar passare i nostri figli, quando ci asteniamo dal giudizio sapendo che potrebbe essere sbagliato, quando rinunciamo a trasferire valori morali e discutiamo sentimenti etici, quando la vita comincia a non essere più nostra soltanto, ma si piega al futuro degli altri, nella speranza che non siano come noi, che siano migliori di noi. Dei tanti difetti il pregio universale dei padri è fare dei figli migliori di loro. Questa è la grandezza insuperabile della letteratura. La poesia educa: trasferisce il senso e il sentimento degli anni a chi potrà trovare significati migliori dei nostri, fa sentire il lavoro e il sudore di tanti eroi normali che sono stati prima di te, su quello stesso mare ad osservare quello stesso tramonto. La poesia insegna l’identità dei luoghi e delle persone. Perché niente di quel che calpestiamo è nostro. Arriviamo in un luogo che potrebbe essere ovunque, in una città come in una campagna o in una palude, a portare la nostra competenza, la nostra intelligenza, volendo dare un contributo, alla ricerca di uno spazio, con la voglia di identificarci con un luogo. Qualcuno l’ha fatto anche da noi, forse l’ha fatto per noi. Io sono qui perché qualcun altro ci ha accolti, una volta: “sono venuti con la ferrovia i coloni a prosciugare la palude con mandrie di bufali”. E qui sono rimasti, ancora drogati dalle ancelle di Circe, dal clima, dagli odori e dai sapori, “i fiori della vigna ed il vino da bere”, e dall’amore di “una donna e figlie che le somiglino”. Non è proprietà. È un dono che l’altro concede all’altro, il dono eroico sugli anni che si chiama generazione - tra la vita di Kennedy, che nessun libro potrà mai mistificare, e tuo nonno, su cui poserai un fiore -, sebbene generazione di mezzo, “brandelli di storia e sogni forse è questo stare in bilico il compimento vero delle nostre vite”. E alla fine il compimento è un inganno. Non ci sono vite che passano negli anni. Ci sono gli anni che passano dentro la vita di ciascuno di noi. Come entità gli anni non esistono. Sono una misura artificiale dell’indefinibile, tagliata dal tempo convenzionalmente per la nostra comodità. Gli anni ci sono perché ci siamo noi. Sono con noi. Non c’è John Lennon, né Marilyn, non c’è il dramma di Praga, né quello del Cile; non c’è maggio, non c’è né bomba né poesia in questa terra che “vale una cento mille vite ed ancora una”, dove “siamo fratelli senza padri orfani d’ogni amore”. Non c’è nulla se non ci siamo noi. Gli anni ci sono solo per gli eroi. Gli eroi danno tutto agli anni e gli anni si mettono in sintonia con loro. Talvolta a loro disposizione. La loro vita è letteratura, una letteratura senza antologia, fuori dalla forma, libera dalla formalità, liberata da ogni formalismo. La letteratura non è scritta nei libri. In quei testi c’è soltanto una immagine, la maschera, il volto, al limite lo sguardo della letteratura. Ma il sangue, l’anima, i muscoli, il cuore, la libertà e la costrizione, il suono e il colore, della letteratura sono iscritti indelebili nelle ore del giorno, in quelle ricorrenze, in quei gesti istintivi e nelle azioni che i gruppi ordiscono per la propria supremazia, contro la noia che consuma la vita. Ci resta la memoria di ciò che è stato, come sarebbe potuta andare altrimenti se avessimo deciso come non abbiamo deciso. La letteratura sta tra la strada e il lampione, tra la vite e il mare, nella concretezza quotidiana e nel dolore che ci riserva ogni ingiustizia. Ma chi sono questi eroi? Sono i protagonisti di un’ora, i miti di ogni immaginario che hanno nomi che si confondono con i volti degli amici, che partecipano ad una nazione dai centomila dialetti, che non nasconde la sua ricchezza di culture e di storie. Dove sono questi eroi? Negli errori di ogni giorno che si possono vedere solo dopo, quando guardare indietro è un gioco di inutile rimpianto, e che forse si sapevano già prima, se non fosse stato per quel disperato, negletto, irrefrenabile spirito di ribellione, la disfida maledetta contro il realismo informe dell’opportunismo. Vuoi sapere davvero chi sono gli eroi? Sono quelli che non hanno anni, sono i poeti che non hanno bisogno di una antologia; sono coloro che non hanno bisogno di lasciare un orma, che non debbono necessariamente resistere per esistere, che sanno passare in ombra, guardare le cose andare, svolgere il compito che la millenaria evoluzione della specie ha affidato loro, far proseguire l’umanità verso un futuro senza spiegazione, gli imperfetti, quelli che cantano canzoni leggere, che sorridono al tempo, senza timore, senza livore, che accudiscono i figli, quelli che hanno dentro un segreto loro proprio, ma che è il segreto di tutti, vecchie madri che mostrano le foto sulle pareti, utili a parlare con i morti e con noi stessi quando eravamo giovani; l’illusione di credere che siano specchi di ciò che siamo, quando invece sono il barlume di ciò che eravamo. Gli eroi sono gli uomini che accolgono l’amore con semplicità, senza enfasi, accomodato negli sguardi senza sacrificio, rifiutato dalla consapevolezza per non aver peso, per non essere di peso; quelli che sanno farsi dimenticati, non invadenti, non invasivi, che guardano le stelle senza far rumore, che fingono di essere ciò che non sono, che guardano il mare con il padre, che vengono verso di te per attraversare un nuovo orizzonte, insieme, quelli che credono ancora che pochi soldi bastano ai sogni, che hanno un posto dove stare senza sparire, che portano in tasca la pietra del dolore, quelli che sanno difendersi, vivere, andare perché non temono che il tempo scivoli nel vento. Gli eroi sono quelli che non hanno anni, perché sanno di non essere eroi. |